Pazienti: la storia delle loro ferite.

Ferita e Lupus Eritrematoso Sistemico

Il mio nome è EM, ho 65 anni e da quando ne avevo 35 soffro di una malattia autoimmune, il Lupus Eritematoso sistemico, sono in pensione e facevo la segretaria di un ufficio tributario. Alcuni mesi fa, mentre salivo sull’autobus, ho riportato una forte botta sulla faccia anteriore della gamba che mi ha causato un grosso ematoma che poi si è aperto da solo.

Sentito il medico di base, ho cominciato a disinfettarmi con amuchina e a mettere delle garze grasse sopra, senza risultato anzi la ferita buttava molto liquido e nonostante le garze mi bagnava sempre la calza; lo specialista immunologo che mi tiene in cura, considerato il peggioramento della ferita, mi ha consigliato di recarmi da medici che si occupano di curare le ferite complesse e così ho conosciuto la vulnoterapia.

Ho raccontato al Prof. Durante di aver sempre avuto qualche difficoltà a far guarire le mie ferite e che ultimamente avevo avuto 2 episodi di  borsite aperta del gomito con guarigione stentata; il Professore mi ha rassicurato dicendo che altri casi simili al mio erano andati in maniera soddisfacente e che avrebbe utilizzato le medicazioni più tecnologiche per farmi guarire. La terapia che assumo da anni include cortisone ad alto dosaggio, protettori gastrici, antipertensivi e un poco di ormone tiroideo, perché la mia tiroide fa i capricci.

Rassicurata dalle parole del Prof. Durante, ho preso degli antibiotici che mi ha consigliato in seguito alla presenza di germi sulla ferita, e mi sono affidata alle sue cure che sono consistite all’inizio in piccole pulizie della ferita –che mi faceva con l’anestesia- in medicazioni assorbenti contro i germi (così ho ricominciato ad uscire, prima non potevo perché mi sentivo sempre a disagio con la calza sporca) e bendaggi leggeri. Successivamente la medicazione era diversa, bianca, spugnosa ma leggermente irritante dopo qualche ora che la portavo; devo dire però di aver rivisto crescere, piano piano, la carne dal fondo di quel buco che avevo nella gamba; inoltre mi hanno prescritto la camera iperbarica e ci sono stata molte volte, mentre la mia ferita migliorava di giorno in giorno. Alla fine mi hanno fatto una terapia giornaliera con degli elettrodi che mandavano delle piccole scosse elettriche intorno alla ferita.

Erano passati circa 5 mesi dalla prima visita e la mia ferita era quasi chiusa, ho resistito ad un altro ciclo di stimolazioni elettriche, per altri 15 giorni, e finalmente il Professore ha commentato: “cara Signora M, ce l’abbiamo fatta”, ho pianto per la felicità ma anche perché dopo tanti mesi mi ero affezionata a lui e ai suoi collaboratori, ho sentito nettamente che mi sarebbero mancati e le mie giornate sarebbero state più vuote…

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